V settimana di Pasqua - Anno B
Senza di me non potete fare nulla
Vangelo: Gv 15,1-8

Mi colpiscono le parole forti e dure di Gesù: “senza di me non potete fare nulla”. Non dice che faremo le cose male o a metà, ma proprio che non faremo nulla. E’ proprio così, me ne convinco sempre di più: possiamo correre dalla mattina alla sera, fare mille cose, impegnarci lodevolmente in molte attività, ma se tutto questo è fatto senza di Lui, non è nulla. Non conta niente.
In poche righe viene ripetuto per sei volte il verbo “rimanere”. Mi piace questa insistenza, perché fa vacillare tutte le presunte dichiarazioni di assoluta autonomia di cui spesso ci gonfiamo e che sono la causa di molti nostri fallimenti e delusioni. Oggi Gesù ce lo dice chiaramente, senza giri di parole: non basti a te stesso, non sei tu la fonte della gioia, non sei tu che ti doni la pienezza della vita. Gesù ci mette in guardia: se stati affogando non puoi pretendere di salvarti tirandoti su per i capelli…
Il Signore Risorto ci invita a rimanere con lui, a gustare questa stupenda e dolcissima dipendenza, a fare dell’intimità con lui il luogo più vero della nostra persona, a sperimentare che solo lui può saziare i desideri più insaziabili della nostra vita.
Tutto questo richiede coraggio, richiede di abbandonare un po’ di difese, di fidarsi, di mettersi nudi nella mani di Dio. Ma soprattutto questo cammino ci chiede di non sentirci mai arrivati e mai a posto, per questo Gesù dice di “diventare discepoli”. Si diventa discepoli giorno dopo giorno, con la fedeltà nascosta e luminosa nella preghiera; con il desiderio appassionato di portare in famiglia, al lavoro, nella scuola, tra le persone più care, la novità travolgente del Vangelo.
Davvero senza di Lui siamo come tralci secchi, sterili, inutili. Davvero abbiamo bisogno di essere potati dalle sue mani esperte per andare all’essenziale, per non disperderci, per scoprire in noi una fecondità che mai avremmo immaginato.
Vita - Morte - Risurrezione
Riappropriarsi della morteNel secolo scorso è iniziato un gran mutamento nel concetto della morte che è coinciso anche con lo spostamento del luogo dove si muore, la tendenza crescente e ormai praticamente usuale è che non si muore più in casa ma in ospedale.
Nelle immagini del passato la stanza del morente era sempre piena di persone, bambini compresi (che oggi vengono allontanati “per non impressionarli”). Oggi non si muore più in mezzo ai propri cari, ma da soli, intubati ai macchinari.
È anche cambiato il tipo di morte auspicabile. La morte oggi più desiderata è quella che in passato era la più temuta. Infatti in molti c’è il desiderio di non accorgersi del momento della morte, magari morendo durante il sonno. Questo tipo di morte che oggi viene considerato una fortuna (“È stato fortunato: è morto senza accorgersene!”), in passato era quello più temuto, tanto che una giaculatoria recitava: “Dalla morte improvvisa liberaci Signore!”
Il morire in passato era un’arte, alla quale ci si preparava con cura, e numerosi erano i manuali scritti all'uso, per disporsi all’incontro con Sorella morte.
Oggi non solo si muore in ospedale, in terrificante solitudine, ma lo stesso termine morte è diventato un tabù, come una volta lo era il sesso. I bambini una volta non sapevano nulla sul sesso, ma erano abitualmente ammessi al capezzale dei loro cari e assistevano alla loro morte considerata un fatto normale appartenente al ciclo vitale, come quello della natura. Oggi sono informatissimi sul sesso, ma non conoscono la morte reale dei loro cari ma solo quella violenta dei film.
Lo stesso concetto di mortalità è stato come censurato. Non si muore più di mortalità, ma si cerca sempre la causa, dalla malattia, all'errore medico, ecc. Anche delle persone più anziane non si dice mai che sono morte di mortalità, ma che la loro fine è sempre causata da qualcosa che occorre conoscere, proprio per rimuovere la morte come traguardo dell’esistenza umana, quasi che se non ci fosse stata quell’infermità o quell’altra malattia la persona avrebbe potuto sopravvivere per chissà quanto tempo!
Frutto di questo tabù è la macabra commedia che viene recitata attorno al letto del morente che non deve sapere le sue reali condizioni perché altrimenti si spaventa. L’ammalato deve morire senza sapere che sta morendo (“non è un tumore… è una gastrite…”).
L’uomo non ha più il diritto di sapere che sta per morire, e il morente viene privato dei suoi diritti. È come un minorenne, o un demente, sotto tutela dei suoi familiari, che, naturalmente, lo fanno per il suo bene, ma così lo privano della possibilità di vivere pienamente il momento culminante della sua esistenza.
In questa commedia viene spesso coinvolto anche il prete che, quando viene chiamato, viene avvertito che l’ammalato non sa niente e si raccomandano di non fargli capire nulla perché altrimenti “si può spaventare”. Salvo poi scoprire che il morente è cosciente delle sue reali condizioni, ma chiede di non farle sapere ai familiari, perché “altrimenti si spaventano…”
Colui che sta per morire viene spersonalizzato e considerato più un oggetto sul quale riversare cure e premure che un soggetto da accompagnare nel momento culminante della sua esistenza, la propria morte, avvenimento che come tale va condiviso con gli altri.
Il momento della propria morte, è infatti il coronamento della propria esistenza e un “dono” che si fa a chi resta, per aiutarli a vivere comprendendo il valore della morte.
L'unica esperienza che si può avere della morte è quella degli altri è ovvio, nessuno può raccontare la propria morte. Si muore per gli altri, per quelli che restano, testimoni della nostra esistenza nel suo momento più solenne e importante.
L'ultimo gesto d’amore dell’individuo, nella sua esistenza terrena, è quella di regalare la propria morte, dando un senso che gli altri possano accogliere.
Certo, la morte di una persona cara è una tragedia che segna per sempre l'esistenza e questa tragedia diventa persino più tremenda a causa delle errate idee religiose che accompagnano la morte.
Purtroppo, nonostante il cammino fatto dal rinnovamento biblico e da quello liturgico si è ancora eredi del Dies irae. Molti cristiani non sono stati sfiorati dall’insegnamento di Gesù su una vita capace di superare la morte, e vivono ancora gli avvenimenti concernenti la morte con una mentalità che risente più dell’influsso delle credenze ebraiche sulla risurrezione dei morti nell'ultimo giorno e della filosofia greca sull’immortalità dell’anima, che della novità portata da Gesù.
